SMARTPHONE CHE PASSIONE…..O CHE MALATTIA?! LA NOMOFOBIA

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“Senza smartphone non riuscirei a vivere, mi verrebbe l’ansia”: per descrivere questo fenomeno è stato coniato un nome, Nomofobia, ovvero la Sindrome da Disconnessione.

Prima della nomofobia: quando la tecnologia iniziava a cambiare in meglio le nostre vite

Era il 1925 quando l’ingegnere scozzese John Logie Baird fece partire la storia della televisione, solo qualche anno dopo esattamente nel 1928, in America l’inventore e imprenditore Martin Cooper creò il primo telefono mobile, ancora nel 1941 in piena Seconda Guerra Mondiale, nasceva il primo computer della storia, questo grazie a un’ingegnere tedesco con l’hobby della pittura. Da quegli anni il progresso in campo telematico ed informatico ha fatto passi da gigante.

Con l’espressione ‘terza rivoluzione industriale‘ non si indica solamente un processo di trasformazione socio-economico, ma anche una rivoluzione nel campo della tecnologia, nella comunicazione di massa e nell’informatica. In particolare, non possiamo di certo negare i benefici dell’invenzione del telefonino mobile: per chi era abituato alle classiche cabine telefoniche prima a gettoni e poi a tessera, o dei primi cordless, il cellulare è stata una vera rivoluzione, al pari della prima lampadina o della prima ruota.

Le persone finalmente hanno smesso di andare alla ricerca di una cabina telefonica per chiamare i propri amici, familiari o per fare i ben conosciuti scherzi telefonici. La comodità del cellulare è proprio la reperibilità della persona, possiamo essere contattati ovunque noi siamo sia tramite una chiamata che tramite un messaggino e questo ha reso molto più semplice la comunicazione.

Inoltre, la tecnologia ci spinge a cambiare, ad essere sempre aggiornati e in continua connessione l’uno con l’altro. Ma quando questo diventa troppo e la connessione diventa lontananza invece che vicinanza? Quando non si parla più di semplice utilizzo, ma di una vera e propria dipendenza e, appunto, di nomofobia?

Negli ultimi anni studiosi appartenenti a differenti gruppi di ricerca, in varie parti del mondo, si sono sempre più interessati alla relazione tra le persone e i telefoni cellulari e ad altri strumenti di connessione come Tablet e Pc. Anche se la tecnologia ci consente di sbrigare il nostro lavoro più velocemente e con efficienza, di tenerci informati in tempo reale su quello che accade nel mondo e di poter contattare qualunque persona in qualunque momento, non bisogna dimenticare che i dispositivi mobili possono avere un effetto pericoloso sulla salute, specialmente se utilizzati in modo inappropriato.

Nomofobia: descrizione del fenomeno

In un intervista condotta ad aprile 2015 da ‘Il Fatto Quotidiano’ è stato chiesto ad un gruppo di persone, di diverse età, se riuscirebbero a stare senza il loro smartphone: la risposta è stata quasi del tutto unanime: “senza smartphone non riuscirei a vivere, mi verrebbe l’ansia”. Per descrivere questo fenomeno è stato coniato un nome, Nomofobia (Sindrome da Disconnessione), ed è composto dal prefisso anglosassone abbreviato no-mobile e dal suffisso fobia e si riferisce alla paura di rimanere fuori dal contatto di rete mobile.Una sensazione di panico vi assale non appena vi accorgete di aver dimenticato lo smartphone a casa? Non riuscite a resistere più di dieci minuti senza controllare le notifiche e pensate che stia squillando anche quando non è così? Se avete risposto si ad almeno due domande su tre, allora potreste aver sviluppato una vera dipendenza dal vostro smartphone.

Nella persona con nomofobia s’instaura la sensazione di perdersi qualche cosa se non si controlla costantemente il cellulare e il rischio è che si inneschi un meccanismo di dipendenza, del tutto analogo a una tossicodipendenza.

Quando si entra nel circolo vizioso della nomofobia, si ha sempre bisogno di aumentare il dosaggio quindi si mettono in atto una vasta gamma di comportamenti disfunzionali come stare più tempo al telefono, aspettare la risposta dell’altro (magari sollecitandolo), vedere che cosa accade agli amici nei diversi social network, commentare e condividere, non spegnere mai il dispositivo neanche nelle ore notturne, svegliarsi di notte e controllare che non sia cambiato niente, portarsi lo smartphone in luoghi non appropriati (es. bagno, chiesa ecc), esattamente come accade con droghe e alcol.

La nomofobia: uno sguardo alle ricerche

Secondo David Greenfield professore di psichiatria all’Università del Connecticut, l’attaccamento allo smartphone è molto simile a tutte le altre dipendenze in quanto causa delle interferenze nella produzione della dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito celebrale della ricompensa: in altre parole, incoraggia le persone a svolgere attività che credono gli daranno piacere. Così ogni volta che vediamo apparire una notifica sul cellulare sale il livello di dopamina, perché pensiamo che ci sia in serbo per noi qualche cosa di nuovo e interessante. Il problema però è che non possiamo sapere in anticipo se accadrà davvero qualche cosa di bello, così si ha l’impulso di controllare in continuazione innescando lo stesso meccanismo che si attiva in un giocatore di azzardo (Greenfield D.N. e Davis R.A., 2002).

Secondo un sondaggio condotto nel 2008 dall’ente di ricerca britannico YouGov per conto di Post Office Telecom su un campione di 2.163 persone, dal quale successivamente è stato coniato il nome della sindrome, più di sei ragazzi su dieci tra i 18 e i 29 anni vanno a letto in compagnia del telefono e oltre la metà degli utenti di telefonia mobile (quasi il 53%) tende a manifestare stati d’ansia quando rimane a corto di batteria o di credito, o senza copertura di rete oppure senza il cellulare. La ricerca evidenzia inoltre che gli uomini tendano ad essere più ansiosi delle donne e che circa il 58% degli uomini e il 48% delle donne della popolazione soffrono di questa nuova fobia.

Nel 2009 anche in India è stata condotta una ricerca dal Dipartimento di Medicina di Comunità ed è stata riscontrata questa nuova forma di sindrome, ma con incidenza minore, circa nel 18% dei soggetti e non vi sono presentate differenze rispetto al genere (Dixit S. at all, 2010).

Secondo un altro studio americano effettuato da Morningside Recovery, un centro di riabilitazione mentale di Newport Beach, ha dimostrato che milioni di Americani, circa i 2/3 della popolazione, sono affetti da nomofobia e che molti di loro raggiungono stati elevati di agitazione incontrollata se vengono a conoscenza di non possedere il proprio cellulare.

Nonostante ci siano all’attivo ancora un numero ridotto di ricerche sul tema, nel 2014, in Italia, Nicola Luigi Bragazzi e Giovanni Del Puente, studiosi dell’Università di Genova, avevano proposto di inserire la nomofobia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-V), recentemente revisionato. La nomofobia sarebbe caratterizzata da “ansia, disagio, nervosismo e angoscia causati da essere fuori dal contatto con un telefono cellulare o un computer” e verrebbe utilizzata come un guscio protettivo o uno scudo e come mezzo per evitare la comunicazione sociale.

Nomofobia: come riconoscersi nella sindrome

I ricercatori italiani descrivono alcuni campanelli d’allarme per poter riconoscere se si sta ricadendo in questa sindrome:

Usare regolarmente il telefono cellulare e trascorrere molto tempo su di esso;
Avere uno o più dispositivi;
Portare sempre un caricabatterie con sé per evitare che il cellulare si scarichi;
Sentirsi ansioso e nervoso al pensiero di perdere il proprio portatile o quando il telefono cellulare non è disponibile nelle vicinanze o non viene trovato o non può essere utilizzato a causa della mancanza di campo, perché la batteria è esaurita e/o c’è mancanza di credito, o quando si cerca di evitare per quanto possibile, i luoghi e le situazioni in cui è vietato l’uso del dispositivo (come il trasporto pubblico, ristoranti, teatri e aeroporti);
Mantenere sempre il credito;
Dare a familiari e amici un numero alternativo di contatto e portando sempre con sé una carta telefonica prepagata per effettuare chiamate di emergenza se il cellulare dovesse rompersi o perdersi o, ancora, se venisse rubato;
Guardare lo schermo del telefono per vedere se sono stati ricevuti messaggi o chiamate. In questo caso si parla di un particolare disturbo che definito ringxiety, mettendo insieme la parola “squillo” in inglese e la parola ansia.
Controllo costante del livello di batteria del dispositivo per assicurarsi che non si possa scaricare per eventuali operazioni importanti;
Mantenere il telefono cellulare acceso sempre (24 ore al giorno);
Dormire con cellulare o tablet a letto;
Utilizzare lo smartphone in posti poco pertinenti.
I ricercatori raccomandano di evitare di considerare tutti i comportamenti sopracitati come patologici.

Dunque si può parlare di nomofobia quando una persona prova una paura sproporzionata di rimanere fuori dal contatto di rete mobile, al punto da sperimentare effetti fisici collaterali simili all’attacco di panico come mancanza di respiro, vertigini, tremori, sudorazione, battito cardiaco accelerato, dolore toracico, nausea.

La nomofobia come dipendenza patologica?

Nonostante nel nome compaia la sigla “fobia” e che i sintomi siano molto similari a quelli dell’ansia, uno studio condotto da ricercatori del Panic and Respiration Laboratory, dell’Università Federale di Rio de Janeiro (2010) sembra indicare che la Nomofobia sia da considerare una dipendenza patologica piuttosto che un disturbo d’ansia.

I ricercatori avrebbero infatti sperimentato che un approccio terapeutico mirato a ridurre l’ansia non sia efficace nel trattamento della nomofobia, ma che i soggetti affetti da questo tipo d psicopatologia rispondano meglio ad un trattamento specifico per le dipendenze patologiche (King A.L. at all., 2010).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive la dipendenza patologica come:

Quella condizione psichica e talvolta anche fisica, causata dall’interazione tra una persona e una sostanza tossica, che comporta risposte comportamentali e da altre reazioni, e che determina un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione.

Le nuove dipendenze, o dipendenze senza sostanza, si riferiscono a una vasta gamma di comportamenti disfunzionali e anomali quali il gioco d’azzardo patologico, la dipendenza da TV, da internet, lo shopping compulsivo, le dipendenze dal sesso e dalle relazioni affettive, le dipendenze dal lavoro e alcune devianze del comportamento.

Lo studioso Davis R.A. (1999) ha utilizzato un modello cognitivo-comportamentale per spiegare lo sviluppo e il mantenimento di un disturbo connesso alla nomofobia, il Disturbo da abuso della rete telematica o l’Internet Addiction Disorder (IAD). Secondo questo approccio, l’IAD deriva da cognizioni disadattive unite a dei comportamenti che intensificano o mantengono la risposta disadattiva. Fattore chiave è il rinforzo che l’individuo riceve dall’evento. Se il rinforzo è positivo, la persona sarà condizionata a compiere più frequentemente la medesima attività al fine di raggiungere una reazione fisiologica simile.Come in ogni processo di condizionamento, gli stimoli associati con lo stimolo primario diventano rinforzi secondari e agiscono rinforzando la patologia (Şenormancı at all., 2012). Se si fa ricadere la Nomofobia all’interno delle dipendenze, alla stregua dell’IAD, allora il trattamento dovrebbe essere quello attualmente utilizzato per essa.

Il trattamento delle nuove dipendenze viene attualmente realizzato sulla base di caratteristiche clinico-psicopatologiche simili ai disturbi dello spettro ossessivo-compulsivo e del controllo degli impulsi, ai disturbi da uso di sostanze e ai disturbi dell’umore, soprattutto quelli appartenenti allo spettro bipolare (Casha at all., 2012). La dipendenza dalle nuove tecnologie è sicuramente in fase di crescita, ma purtroppo viene spesso confusa con situazioni psicopatologiche diverse.

Pericolo nomofobia: chi sono i soggetti a rischio?

Ulteriori importanti studi che indagano la nomofobia sono stati portati avanti da Francisca Lopez Torrecillas, docente presso il dipartimento di personalità e di valutazione psicologica e trattamento delle dipendenze dell’Università di Granada, la quale ha svolto una ricerca su campo con giovani adulti tra i 18 ei 25 anni, scoprendo che la maggior parte delle persone colpite da questa condizione sarebbero giovani adulti con bassa autostima e problemi nelle relazioni sociali, i quali sentono il bisogno di essere costantemente connessi e in contatto con gli altri attraverso il telefono cellulare e che di solito mostrano noia quando si effettuano altre attività ricreative derivati da un uso patologico di telefoni cellulari (Lopez Torrecillas F., 2007).

Gli adolescenti appaiono i soggetti prevalentemente a rischio di sviluppare questa nuova forma di dipendenza patologica, ma non bisogna sottovalutare l’impatto che la tecnologia può avere sulle nuove generazioni. Sono sempre più i genitori preoccupati perché i propri figli, anche in età infantile, passano sempre più tempo con computer, smartphone, tablet e giochi elettronici.

Sono i bambini cosiddetti digitali, termine coniato per indicare la generazione di bambini cresciuta nell’era del computer, tra smartphone, tablet, ADSL e Internet mobile, touchscreen e app .

Una piccola, ma significativa ricerca del 2012, commissionata da AVG, celebre casa di software che realizza antivirus e altri programmi per la sicurezza del computer, ha portato alla luce che oltre il 50% dei bambini tra i 2 e i 5 anni di età, sa già come giocare con un gioco per tablet di livello base, mentre appena l’11% di loro sa come allacciarsi le scarpe.

Il pericolo non è tanto per l’utilizzo precoce di questi dispositivi, i quali possono essere anche utilizzati come un’ arma per sviluppare le capacità cognitive del bambino, quanto piuttosto il prolungato utilizzo di smartphone e tablet che potrebbe portare ad un affaticamento eccessivo della vista e al rischio che il piccolo si isoli psicologicamente creandosi un mondo parallelo popolato solo da personaggi non reali, perdendo così il contatto e l’interesse verso le cose che lo circondano.

I pediatri della SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale), riuniti in convegno a Caserta, hanno parlato chiaro sottolineando il bisogno di creare linee guida per limitare il più possibile l’uso dei telefonini ai bambini, evitandone totalmente l’uso prima dei 10 anni e limitandone l’uso dopo tale età, un po’ come i nostri genitori facevano con la vecchia e cara televisione.

Non vi sono attualmente ricerche che possano considerare questa precocità di utilizzo un fattore predittivo di una futura nomofobia in quanto la Sindrome è nuova e ancora poco studiata, ciò però non toglie che un collegamento possa essere possibile o creare un fattore di fragilità.

Il rischio legato all’utilizzo degli smartphone in età precoce non è soltanto quello di poterne abusare e quindi essere soggetti ad una possibile dipendenza da smartphone o a nomofobia, ma anche quello di utilizzare il cellulare in modo inadeguato e incoerente con l’età del bambino/adolescente; è questo il caso del sexting, termine che deriva dall’unione delle parole inglesi sex (sesso) e texting (pubblicare testo).

Si può definire sexting l’invio e/o la ricezione e/o la condivisione di testi, video o immagini sessualmente esplicite/inerenti la sessualità. Spesso sono realizzate con il telefonino, attraverso il quale vengono diffuse con messaggi o e-mail in siti e chat. A volte lo scambio di queste immagini ritenute pornografiche sono inviate da minori, a volte a persone conosciuta, ma a volte anche a sconosciuti in cambio di denaro o ricariche. Spesso tali immagini o video, anche se inviate ad una stretta cerchia di persone, si diffondono in modo incontrollabile e possono creare seri problemi, sia personali che legali, alla persona ritratta.

Non sono rari casi di cronaca che vedono coinvolti minori i quali hanno subito bullismo o altre forme di discriminazione a causa di questo tipo di conversazioni. L’invio di foto che ritraggono minorenni al di sotto dei 18 anni in pose sessualmente esplicite configura infatti, il reato di distribuzione di materiale pedopornografico.

Un utilizzo intelligente degli smartphone per contrastare il rischio nomofobia

Il telefono cellulare se usato in modo appropriato e intelligente può assolvere a tre importanti funzioni psicologiche: regola la distanza nella comunicazione e nelle relazioni, gestisce la solitudine e l’isolamento assumendo quasi il ruolo di antidepressivo multimediale e permette di vivere e dominare la realtà regalando l’idea di poter essere presenti e capaci di fermare lo scorrere del tempo con uno o più scatti (Di Gregorio, 2003).

Ma dobbiamo tenere bene a mente che il rapporto con il cellulare è potenzialmente pericoloso per qualunque persona. E’ per questo che la prevenzione di questa forma di dipendenza è fondamentale quanto l’intervento su di essa nella sua forma più acuta.

Esiste infatti l’eventualità che, in un periodo della nostra vita o in un lasso di tempo particolarmente difficile della nostra esistenza, lo smartphone diventi un oggetto su cui canalizzare uno stato di disagio (affettivo, relazionale, lavorativo…) e acquisti più importanza della vita reale.

L’utilizzo sbagliato ed improprio del telefonino mobile potrebbe provocare non solo enormi divari fra le persone, ma anche portarle alla nomofobia: a chiudersi in se stesse, sviluppare insicurezze relazionali o alimentare paura del rifiuto, a sentirsi inadeguate e bisognose di un supporto anche se esterno e fine a se stesso (Lacohèe H. at all., 2003).

Pertanto, è importante auto istruirsi ad un rapporto equilibrato con il telefonino, concedendosi ogni tanto una qualche pausa dalla sua presenza confortante e rassicurante, ricordandosi che forse una vita realmente vissuta è più gratificante di una vita solo immaginata.

Sara Costi e Irene Desimoni

Bibliografia

King A.L., Valença A.M., Nardi A.E. (2010). Nomophobia: the mobile phone in panic disorder with agoraphobia: reducing phobias or worsening of dependence? Cogn Behav Neurol. Mar;23(1):52-4.
Dixit S., Shukla H., Bhagwat A., Bindal A., Goyal A., Zaidi A.K., Shrivastava A. (2010). A study to evaluate mobile phone dependence among students of a medical college and associated hospital of central India. Indian J Community Med. Apr;35(2):339-41. No abstract available.
Halayem S., Nouira O., Bourgou S., Bouden A., Othman S., Halayem M. (2010). The mobile: a new addiction upon adolescents. Tunis Med. Aug;88(8):593-6. French.
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Casha, H., Raea, C. D., Steela, A. H. & Winklerb, A. (2012). Internet Addiction: A Brief Summary of Research and Practice. Curr Psychiatry Rev. 2012 Nov; 8(4): 292–298.
Naish J. (2009) Basta! Con i consumi superflui, con chi li incentiva, con chi non sa farne a meno. Fazi Editore.
Thomée S., Dellve L., Härenstam A., Hagberg M. (2010). Perceived connections between information and communication technology use and mental symptoms among young adults – a qualitative study. BMC Public Health. Feb 12;10:66.
Bragazzi N.L., Del Puente G. (2014). A proposal for including nomophobia in the new DSM-V. Psychology Research and Behavior Menagement”. 7:155-160
American Psychiatric Association (2014). DSM-5, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.
Greenfield D.N., Davis R.A. (2002). Lost in cyberspace: the web @ work. Cyberpsychol Behav. 2002 Aug;5(4):347-53.
Şenormancı, Ö., Konkan, R., Sungur, M.Z. (2012). Internet Addiction and Its Cognitive Behavioral Therapy.
Di Gregorio L. (2003). Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino. Franco Angeli, Milano
Lacohèe H., Wakeford N., Pearson I. (2003). A social history of teh mobile telephone with a view of its future. In Technology journal, 21, 203-211.

ABA (Applied Behavior Analysis)

ABA è l’acronimo di Applied Behavior Analysis (Analisi Comportamentale Applicata) e deriva dalla scienza di base conosciuta come Analisi del Comportamento (Skinner, 1953).

L’ABA è la disciplina in cui i principi dell’analisi del comportamento vengono applicati sistematicamente per migliorare i comportamenti socialmente significativi, e in cui si utilizza una logica sperimentale per identificare le variabili responsabili dei cambiamenti nel comportamento.

L’Analisi Comportamentale Applicata è l’area finalizzata ad applicare i dati che derivano dall’analisi del comportamento per comprendere e migliorare le relazioni che intercorrono fra determinati comportamenti e le condizioni esterne. Essa adempie a diverse funzioni fra cui quelle di descrivere le interazioni che avvengono fra organismo e ambiente, spiegare come tali interazioni hanno luogo, prevederne le caratteristiche e la probabilità futura di comparsa, influenzarne la forma, la frequenza e la funzione ecc. Fornisce inoltre le basi per insegnare nuove abilità (comportamenti che vogliamo stimolare). Le nozioni di base necessarie all’insegnamento sono: modellamento (shaping), aiuto (prompt), sfumare (fading), concatenamento (chaining) e rinforzo differenziato.

Una caratteristica fondamentale dell’ABA è quella di essere evidence-based. Un esperto di analisi del comportamento adotta esclusivamente procedure che le ricerche in ambito scientifico hanno dimostrato essere efficaci applicandole con rigore scientifico ed effettuando un costante monitoraggio dei risultati raggiunti. Viene attribuita un’importanza fondamentale al rigore scientifico e metodologico.

L’attenzione dell’ABA è rivolta ai comportamenti socialmente significativi (abilità scolastiche, sociali, comunicative, adattive), questo la rende adatta ad essere applicata a qualsiasi ambito di intervento. Sicuramente, proprio grazie al rigore scientifico e metodologico che la caratterizzano, ha ottenuto tantissimi successi nell’ambito della disabilità in generale e dell’autismo in particolare, per cui viene ampiamente adottata e applicata in tali settori, ma può essere applicata a svariati ambiti.

Respiro dopo respiro

Caterina Simonsen

 

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Presentazione:

Quando stai tanto male, quando ti capita spesso di sentirti come un pesce che boccheggia sulla spiaggia, a volte avresti voglia di mollare, di alzare le mani e dire: «Okay, mi arrendo». Troppa fatica, troppo dolore. Che se una cosa ce l’hai, tipo la vita, devi poterla usare, altrimenti che senso ha? E quando sei malata, malata per davvero, sei come i bambini poveri davanti alla pasticceria. Tanto vale che rinunci, che smetti di alitare sui vetri. Di sognare una vita che non afferrerai mai davvero.

Poi, però, basta una parola, uno sguardo, una carezza. Un messaggio su Facebook o un sms hanno il potere di ribaltare il mondo. Ti rimettono al tuo posto, ti ricollocano sullo sfondo. Capisci che non sei sola, che sei come una tesserina del domino e la tua vita condiziona quella degli altri. Che se cadi tu lo fanno anche loro. La tua famiglia, i tuoi amici, il tuo fidanzato. Tutte le persone che ti hanno voluto bene o si sono prese cura di te. E non vuoi farlo, non puoi farglielo. E poi ci sei tu. Va bene che stai male e sei stanca e tutto il resto, ma come la metti con la vita? Voglio dire, come fai? Ti siedi sul ciglio della strada e ci rinunci? Io, Caterina Simonsen? Impossibile. Amo troppo la vita e tutto ciò che mi ha dato. Ogni istante, ogni respiro, ogni colpo di tosse. Con il tempo sono arrivata persino ad amare le cicatrici che punteggiano il mio corpo, a trovarne un significato.

Molti pensano che la malattia, una come la mia specialmente, sia sintomo di tristezza e rassegnazione. Una sorta di attesa. Invece è tutto il contrario.

QUANDO L’AMORE FA MALE: SINDROME DI MÜNCHHAUSEN PER PROCURA

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Per Sindrome di Münchhausen s’intende un disturbo psichiatrico in cui le persone colpite fingono una malattia fisica o un trauma psicologico per attirare attenzione, simpatia e compassione verso di sé.

Erano gli sgoccioli degli anni Novanta quando Bruce Willis sbancava il botteghino con “il Sesto Senso”, film triller drammatico il cui colpo di scena finale è passato alla storia insieme alla battuta del piccolo protagonista che tutt’oggi rimane impressa nella memoria quasi al pari del monologo conclusivo di Blade Runner.

Nel film, il bambino, grazie alla sua capacità paranormale di comunicare con i defunti, riesce a vendicare una bambina smascherandone l’assassino, non il classico uomo nero, sconosciuto e cattivo, ma l’amorevole madre, la quale, fingendo di occuparsi della piccola malata, in realtà la avvelenava lentamente tutti i giorni fino ad ucciderla. Un applauso al regista per la trovata cinematografica d’effetto, purtroppo però, il personaggio della madre non è un’invenzione degna dei migliori sceneggiatori, ma rappresenta un disturbo chiamato Sindrome di Münchhausen per procura.

Il nome di questa sindrome deriva da un personaggio effettivamente esistito, per l´appunto il barone di Münchhausen, che visse in Germania nel XIX sec ed era noto per i suoi racconti estremamente fantasiosi e avvincenti, ma soprattutto umoristici.

Nel 1951, Richard Asher fu il primo a descrivere un tipo di autolesionismo, in cui il soggetto s’inventava segni e sintomi di particolari patologie acute al fine di ricevere cure attraverso ospedalizzazioni (M. Godfryd, 1994). Per Sindrome di Münchhausen s’intende un disturbo psichiatrico in cui le persone colpite fingono una malattia fisica o un trauma psicologico per attirare attenzione, simpatia e compassione verso di sé. Questi disturbi fittizi spesso non sono immediatamente individuati dal medico, ma vengono scoperti solo dopo aver escluso una lunga serie di possibili diagnosi. La sindrome di Munchhausen va differenziata dagli atti di simulazione, in cui i sintomi sono sempre prodotti intenzionalmente, ma hanno uno scopo connesso alle circostanze ambientali (per es. sono prodotti per evitare obblighi legali, per evitare di sottoporsi a prove etc.); in questo caso la motivazione è il bisogno psicologico di assumere il ruolo di malato. La Sindrome di Münchhausen per procura (Münchhausen Syndrome by Proxy – MSP) è un’altra sfaccettatura di questo tipo di disturbo, nel quale la figura di accudimento arreca un danno fisico al figlio/a per attirare l’attenzione su di sé. Tipicamente la vittima è un bambino ancora piccolo e il responsabile è, nella maggior parte dei casi rinvenuti, la madre (90% dei casi) (Lasher, R.J., 2004). Continua a leggere

La voce di Carly

Arthur e Carly Fleischmann

Ed. Mondadori

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Presentazione:

“Sono una bambina autistica ma l’autismo non definisce chi sono o come vivrò la mia vita. Ho incontrato tante difficoltà ma lentamente e con determinazione sto superando tutti gli ostacoli che mi trovo di fronte. Tanti sono i giorni in cui penso che forse sarebbe più facile mollare che continuare a combattere. Ma se mi arrendessi, se smettessi di lottare, che cosa resterebbe di me? Se potessi dire alla gente una sola cosa sull’autismo sarebbe che non voglio essere fatta così però lo sono. Perciò non vi arrabbiate, siate comprensivi. Credo che alle persone non piacciano le cose che non sono come loro o che sembrano buffe. Ma non siamo tutti uguali e perché dovremmo volerlo?”

I medici davano poche speranze alla piccola Carly: all’età di due anni è affetta da una forma molto grave di autismo e non sarà mai in grado di parlare. La sua intelligenza non supererà mai quella di un bambino piccolo. La famiglia non si dà per vinta e la fa seguire dai migliori terapisti eppure la bimba non sembra migliorare. Poi, un giorno, avviene il miracolo, Carly si siede davanti alla tastiera di un computer e scrive: “Aiuto, male ai denti”… Da quel momento la sua vita e quella di tutte le persone attorno a lei cambia completamente. Carly inizia a “parlare” e non smette più, dando così voce a quel mondo inaccessibile che è chiuso dentro ogni bambino autistico.

Paura di sentire

Come gestire il “pericolo” delle emozioni

Michele Giannantonio

Ed. Erickson

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Presentazione:

“Il lavoro quotidiano come psicoterapeuta mi ha gradualmente portato a rendermi conto che spesso le persone si trovano bloccate nei confronti di un problema a causa, innanzitutto, delle loro emozioni, e delle difficoltà che hanno nel gestirle. A volte, certamente, le emozioni sono davvero intense e potenzialmente destabilizzanti, ma nella maggior parte dei casi il punto fondamentale è un altro. Il vero problema di molte persone, infatti, è che una parte fondamentale delle loro energie viene utilizzata per non sentire le loro emozioni; nasconderle, camuffarle, magari diventando iper-razionali, illudendosi con ciò di avere il controllo di qualunque cosa possa accadere o sia accaduta. In altri casi, la vita viene impostata con frenesia, in modo da non potersi mai veramente fermare, per ascoltarsi, e quindi per accogliere le proprie emozioni”.

Questo libro conduce il lettore attraverso i mille modi che utilizziamo per distorcere e tradire le nostre emozioni. Attraverso strategie provenienti dalla Psicoterapia Sensomotoria e dalle pratiche di mindfulness, si suggeriscono chiavi di lettura ed esercizi pratici per diventare più padroni delle sensazioni fisiche, del corpo e del nostro mondo emotivo, imparando ad affrontare quello che ci spaventa in modo graduale ed efficace.

Come vincere le abbuffate

Come superare il disturbo da bing eating.

Christopher Fairburn

Ed. Raffaello Cortina

 

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Presentazione:

“Le persone che hanno disordini alimentari vivono la quotidianità diversamente da chi non è nelle stesse condizioni. Sono dominate da pensieri che riguardano la forma fisica e il peso. Ed è per questo che i disturbi dell’alimentazione, così a lungo ignorati, ora sono considerati disturbi mentali a tutti gli effetti”.

Il focus del manuale di Fairburn, che nella seconda parte propone un vero e proprio «metodo» per avere un rapporto equilibrato col cibo, è quello che gli anglosassoni chiamano binge eating e che in italiano chiameremmo «abbuffate». Grazie a una lunga ricerca sul campo, Fairburn ha scoperto che molti, pur riuscendo a mantenere un peso normale, soffrono di uno scarso controllo sull’alimentazione che le porta ad abbuffarsi. Se l’occasionale peccato di gola è innocuo, il binge eating che si ripete è invece deleterio in quanto legato ad altri comportamenti squilibrati: un eccesso di diete, un eccesso di esercizio fisico o l’uso di lassativi.

Per porre rimedio a questa abitudine che può trasformarsi in ossessione (Fairburn propone una tabella impressionante di quello che le persone riescono a ingurgitare) si deve prendere consapevolezza e iniziare un percorso a tappe, impegnativo ma possibile. E ricco di sorprese, tra cui il consiglio di reintrodurre nella dieta (in quantità non eccessive), i cibi con cui si tende ad abbuffarsi: se finite con la testa nel frigo per via della torta al cioccolato, meglio mangiarne serenamente una fetta ogni tanto che alzarsi di notte per finirla tutta.

A fine percorso Fairburn affronta il tema dell’immagine corporea. Mangiamo troppo o ci mettiamo a dieta perché non ci sentiamo «adeguati» a un’immagine condivisa socialmente. Ma, spiega l’autore “la tendenza a confrontare il proprio corpo con quello degli altri è una forma di controllo” ed è spesso deleteria. Imparare a essere meno critici e a volersi più bene è il primo passo per riacquistare un rapporto sano col cibo.

Chi Sono:

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Sono una nata in un piccolo paese delle montagne reggiane e sono il classico esempio di una persona che non sceglie una professione da svolgere, ma di come sia la professione a sceglie la persona.

Mi sono laureata in Psicologia a Parma con Lode e sono iscritta all’albo degli Psicologi dell’Emilia Romagna  n. 7634 sez. A.  Attualmente frequento la Scuola Studi Cognitivi di Modena dove intendo specializzarmi in psicoterapia.

Grazie agli innumerevoli tirocini/lavori che ho svolto (e che tutt’ora svolgo) mi sono formata sul campo e mi sono confrontata con le più diverse fasce d’età del ciclo di vita e con le tipiche problematiche che le contraddistinguono. Durante la laurea triennale ho svolto tirocinio per 3 mesi l’A.I.P.S.I. (Associazione Italiana Psicologia Scientifica Investigativa) specializzata in psicologia forense e soprattutto in abuso sui minori.  Durante la laurea magistrale sono entrata al Centro di Diagnosi e Cura dei Disturbi Cognitivi: da questa esperienza è nata la mia tesi sperimentale sull’Alzheimer. In questo centro ho imparato a fare valutazioni delle funzioni cognitive con pazienti adulti ed anziani che presentavano problematiche neuropsicologiche di varia origine, quali, demenze (Alzheimer), deterioramento cognitivo dato dall’età, malattie neurologiche ecc. L’anno seguente alla laurea ho svolto il tirocinio all’Ospedale Psichiatrico privato Villa Maria Luigia, dove mi sono confrontata con diversi aspetti della psicopatologia clinica. Nello stesso anno ho iniziato a lavorare facendo A.B.A. (Applied Behavior Analysis – Analisi Comportamentale Applicata) con bambini/adolescenti affetti da Autismo. Attualmente svolgo anche il tirocinio di specialità nella Psicologia Clinica Adulti  dell’Ospedale di Carpi dove seguo pazienti con sintomatologia ansiosa e depressiva. Continua a leggere

L’identità perduta, i volti dell’Alzheimer: il fotoprogetto

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“Le persone affette da demenza vagano nel tempo come nomadi sospesi tra il passato e il futuro, senza né un inizio né una fine”. In questa condizione umana, gli occhi e le espressioni sono forse l’unica strada per catturare l’identità. È quello che ha fatto il fotografo olandese Alex ten Napel nel progetto fotografico intitolato “Alzheimer”. “Questa malattia – dice – mostra l’esistenza umana senza filtri: straziante, fragile e delicata in tutti i suoi dettagli. Ci sono molte più somiglianze che differenze con le nostre vite di quanto si possa pensare. Tutti proviamo tristezza, gioia, paura e disperazione.

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Mindfulness

Descrizione:

Mindfulness è una parola inglese che significa essenzialmente “consapevolezza” dei propri pensieri, azioni e motivazioni; è uno stato mentale,“una modalità dell’ essere, non orientata a scopi, il cui focus è il permettere al presente di essere com’è e di permettere a noi di essere, semplicemente, in questo presente” (Teasdale), che può essere coltivato e stabilizzato attraverso particolari tecniche.

Il concetto di Mindfulness deriva dagli insegnamenti del Buddismo, dello Zen e dalle pratiche di meditazione Yoga, ma solo ultimamente questo modello è stato assimilato ed utilizzato come paradigma autonomo in alcune discipline psicoterapeutiche.

Mindfulness è quindi una modalità di prestare attenzione, momento per momento, nell’hic et nunc, intenzionalmente e in modo non giudicante, al fine di risolvere (o prevenire) la sofferenza interiore e raggiungere un’accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza della propria esperienza che comprende: sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni.

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